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Since March 11, 2007
WebMistress: V. D.
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Jean-Paul Sartre
Estratto da "La Nausea", 1938
pp. 144-152
- Dov'è stato prigioniero?
Non mi risponde. Ha posato la forchetta e mi guarda con un'intensità straordinaria. Adesso mi racconterà i suoi guai: mi ricordo ora che c'era qualcosa che non andava, in biblioteca. Sono tutt'orecchi, non domando che di potermi commuovere dei guai degli altri, sarà sempre un cambiamento.
Io non ho guai, vivo di rendita, non ho superiori, non ho moglie né figliuoli; esisto, nient'altro. Ed è così vago, così metafisico questo guaio, che me ne vergogno.
L'Autodidatta non ha l'aria di voler parlare.
Che sguardo curioso; non è uno sguardo per vedere, ma piuttosto sembra solleciti una comunione di anime. L'anima dell'Autodidatta è salita fino ai suoi magnifici occhi ciechi, e vi affiora. Che la mia faccia altrettanto? venga pure a schiacchiare il naso contro i vetri, si faranno i convenevoli.
Non voglio comunioni d'anime, non sono ancora caduto così in basso. Mi sottraggo. Ma l'Autodidatta avanza il busto sopra la tavola, senza lasciarmi con gli occhi. Per fortuna la cameriera gli porta i suoi ravanelli; ricade sulla sedia, l'anima gli sparisce dagli occhi, e lui si mette docilmente a mangiare. [...]
[...] Di fuori, una giovane coppia si è fermata davanti alla lista che il cuoco di cartone tiene in una mano (con l'altra regge una padella).
Esitano. La donna ha freddo e abbassa il mento nel collo di pelliccia.
Il giovanotto è il primo a decidersi, apre la porta e si fa da parte per lasciar passare la sua compagna.
Lei entra. Si guarda intorno sorridendo e rabbrividisce.
- Fa caldo, - dice con voce bassa.
Il giovanotto richiude la porta.
- Buongiorno, signori, - dice.
L'Autodidatta si volta e dice gentilmente:
- Buongiorno, signori.
Gli altri clienti non rispondono ma il signore distinto abbassa un poco il giornale e scruta i due nuovi venuti con uno sguardo profondo. [...]
[...] La donna ha occhi scuri e dolci; il giovanotto una pelle abbronzata, un po' ruvida, e un piccolo mento volitivo grazioso. Un po' mi commuovono, è vero, ma mi disgustano anche un po'. Li sento così lontani da me: il calore li illanguidisce, e in cuor loro essi inseguono lo stesso sogno, un sogno così dolce, così languido. Si sentono a loro agio, guardano con fiducia i muri gialli, la gente, trovano che il mondo è bello così com'è, proprio così com'è, e ciascuno dei due, provvisoriamente, attinge il senso della propria vita in quella dell'altro. Fra poco, quei due non faranno che una vita sola, una vita lenta e tiepida che non avrà più alcun senso - ma loro non se ne accorgeranno.
Hanno l'aria di farsi soggezione a vicenda. Alla fine, il giovanotto, con aria goffa e risoluta, prende con la punta delle dita la mano della sua compagna. Lei respira forte, tutt'e due si chinano sulla lista delle vivande. Sì, sono felici. E poi? [...]
[...] Dall'arrivo dei due giovani l'atmosfera della trattoria s'è trasformata. I due uomini rossi ora tacciono, osservano senza ritegno le attrattive della giovane donna. Il signore distinto ha posato il giornale e considera la coppia con compiacimento, quasi con complicità. Pensa che la vecchiaia è saggia, e che la giovinezza è bella, scuote la testa con una certa civetteria: sa bene d'essere ancora bello, splendidamente conservato, che con la sua carnagione bruna ed il suo corpo slanciato può ancora riuscire attraente.
Gioca a sentirsi paterno. I sentimenti della cameriera appaiono più semplici: s'è piantata davanti ai due giovani e li contempla a bocca aperta.
Loro parlano a voce bassa. Hanno servito loro degli antipasti, ma non li toccano. Tendendo l'orecchio posso afferrare qualche briciola della loro conversazione. Comprendo meglio quello che dice la donna, con la sua voce calda e velata. [...]
[...] Non li ascolto più: m'infastidiscono. Finiranno per andare a letto insieme. Lo sanno già. Ciascuno dei due sa che l'altro lo sa. Ma poiché sono giovani, casti e decenti, poiché ciascuno dei due vuol conservare la propria stima di sé e quella dell'altro, poiché l'amore è una grande cosa poetica che non bisogna sgomentare, vanno diverse volte la settimana ai balli e nelle trattorie ad offrire lo spettacolo delle loro piccole danze rituali e meccaniche...
Bisogna pur ammazzare il tempo, dopo tutto. Son giovani e ben costruiti, ne avranno ancora per una trentina d'anni. Perciò non s'affrettano, indugiano e non hanno torto. Quando saranno andati a letto insieme dovranno trovare qualche altra cosa per velare l'enorme assurdità della loro esistenza. E tuttavia... è proprio tanto necessario mentire a se stessi?
Percorro la sala con gli occhi. E' un giuoco! Tutta questa gente sta a sedere, con aria seria, e mangia. No, non mangia: ritempra le forze per condurre a buon fine il compito che le incombe. Ciascuno ha la sua piccola fissazione personale che gli impedisce di accorgersi che esiste; non ce n'è uno che non si creda indispensabile a qualcuno o a qualche cosa. Non era l'Autodidatta che mi diceva, l'altro giorno: «Non c'era nessuno meglio qualificato di Nouçapié per intraprendere questa vasta sintesi»? Ciascuno di loro fa una piccola cosa e nessuno è meglio qualificato di lui per farla. Nessuno è meglio qualificato di quel commesso viaggiatore laggiù per piazzare la pasta dentifricia Swan. Nessuno è meglio qualificato di quest'interessante giovanotto per frugare sotto le sottane della sua vicina. Ed io sono in mezzo a loro, e se mi guardano, penseranno che nessuno è meglio qualificato di me per fare quello che faccio. Ma io so. Faccio finta di nulla, ma so che io esisto e che essi esistono. E se conoscessi l'arte di persuadere, adrei a sedermi accanto a quel bel signore dai capelli bianchi e gli spiegherei che cosa è l'esistenza. L'idea della faccia che farebbe mi fa crepar dal ridere. L'Autodidatta mi guarda con sorpresa. Vorrei trattenermi, ma non ci riesco: rido fino alle lacrime.
- E' allegro, signore, - dice l'Autodidatta in tono circospetto.
- Penso, - gli dico ridendo, - che siamo tutti qui a bere e a mangiare per conservare la nostra preziosa esistenza, e che non c'è niente, niente, nessuna ragione d'esistere.
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