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Since March 11, 2007
WebMistress: V. D.
valentina.dori@hotmail.it



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"Non c'è due senza tre"
Ovvero, "non c'è donna senza uomo".


Dopo alcuni anni dal primo, un paio di settimane fa sono andata a farmi fare il mio secondo tatuaggio, che ho poi mostrato ad amici e parenti. Assieme a costanti tipiche del caso ("Quanto l'hai pagato? Ti ha fatto male?", ecc.), l'affermazione più ricorrente è stata: "Adesso però devi farne un terzo. Il due porta sfiga".
Da che sono al mondo, non è certo la prima volta che sento questo genere di discriminazione indirizzata al numero due, spesso in favore del vicino tre. Ma non è stato che tre anni fa, durante il primo anno di filosofia, che questa questione scaramantica ha iniziato a insospettirmi.
Cosa si studia al liceo durante il primo anno di filosofia? Talete, Eraclito, Parmenide, Protagora, Gorgia e il club dei sofisti, Socrate, Platone e Aristotele. E Pitagora. Sì, Pitagora. Fermiamoci a lui, perché è quanto c'interessa in questo caso.
Anche chi non avesse avuto una seppur minima infarinatura di filosofia, saprà della fissazione pitagorica per la matematica, grazie al famosissimo teorema da lui elaborato. La matematica basa ogni suo principio sui numeri. Chi Pitagora l'ha approfondito un minimo di più, non applicando il suo pensiero unicamente alle basi ed altezze dei triangoli, dovrebbe avere una vaga memoria dei cosiddetti "numeri pitagorici". Una vaga, vaghissima memoria che conservo anch'io. Ed una cosa in particolare mi è rimasta impressa: la trasposizione di un ruolo sociale per ognuno dei primi dieci numeri, quelli con cui lavoravano. Un po' come le carte dei tarocchi, che rappresentano una qualità umana o una sorta di stereotipo.
Andando un po' più vicini al fulcro della questione, i pitagorici attribuivano i numeri pari, e sopra a tutti il due, alla donna, e i numeri dispari, in particolar modo il tre, all'uomo.
Dove voglio arrivare? Ritengo, secondo mie contorte elucubrazioni, che la superstizione oggi esistente intorno a questi due comunissimi numeri abbia radici lontane nella Magna Grecia del 500 a.C., pur riconoscendo nell'uso di questa credenza popolare una quasi certa incoscienza nei riguardi di quello che sarebbe potuto essere, ed a mio avviso è, il suo significato originario.