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× Appunti dal Grande Seminario di Diotima 2006 "Partire da un'altra parte" ×
(Margine d'errore e incompletezza: medio-alto)
20 Ottobre 2006 - Grande Seminario di Diotima
"Partire da un'altra parte"
Barbara Verzini - "Corpo a corpo con la violenza"
Violenza che avviene quando il simbolico si lacera e si sfalda.
E’ riscontrabile una resistenzapubblica nell’esserci, da parte di donne e uomini.
La violenza sulle donne è innanzitutto un problema degli uomini, e sta a loro occuparsene per primi.
Da parte loro, tuttavia, le donne hanno istituito, nel corso del tempo, numerosi centri accoglienza come segno tangibile della loro lotta contro la violenza. Una violenza che è in aumento nella quotidianità, nonostante l’aumento della libertà rispetto alle precedenti generazioni femminili.
E’ quindi necessario continuare a pre-occuparsene da parte delle donne, poiché una conquista è tale solo se costantemente rinnovata.
Questa violenza dev’essere una chiamata a muoversi in modo politico, ad esserci, a sbilanciarsi.
Nella violenza, anche se non la si è subita, c’è un’eco che sentiamo. Questa è dovuta, riprendendo la figura del “mucoso” da Luce Irigaray, dall’apertura femminile della propria carne alla carne dell’altra, l’impossibilità, per le donne, di vivere scisse dal mondo e dall’altra.
L’urto del reale comporta un accogliere, che nelle donne molte volta è stato anche, purtroppo, un accogliere la violenza.
La storia maschile si basa sul sacrificio rituale, attirare su di sé la violenza distruttrice per farla diventare, tramite immolazione, qualcosa di benefico, positivo, salvifico (Gesù Cristo). Le donne, nel patriarcato, erano proprietà, non riconosciute come individui e quindi non destinate ai sacrifici, poiché esseri inferiori.
L’uguaglianza senza differenze porta ad una "uomonizzazione", sterilizzazione della donna.
C’è bisogno di un amore che riconosca la disparità fra uomo e donna, che sappia farne tesoro, nel differente modo di vivere le cose.
L’ordine patriarcale è uscito lacerato dalla rivoluzione femminista, trovandosi a non poter più esercitare la propria autorità sulla donna. Lo scontro fra i corpi, la violenza, potrebbe dunque rappresentare una ricerca d’incontro persa nella relazione dell’immaginario.
La violenza non è una malattia, ma un problema culturale.
La violenza di cui si sente parlare oggi dalle giovani viene espressa con linguaggio aggressivo, come a darvi poca importanza, ponendosi sullo stesso livello degli aggressori. Nelle generazioni femminili precedenti era taciuta.
Le nuove generazioni, le figlie del femminismo, non stanno portando avanti l’eredità femminista, anche a causa di madri che non insegnano, che rinnegano la nomea di “madre” per continuare a sentirsi giovani, si diffonde sempre più il prototipo di madre-amica. Viene dunque a mancare il ruolo autorevole della figura materna, rimpiazzato da pura complicità, che non aiuta tuttavia la crescita delle figlie.
Nelle donne maltrattate è presenta una bassa autostima, la mancanza di forza che viene poi cercata all’esterno.
Si deve riconoscere il genio delle donne quanto la loro genialità.
Dibattito conclusivo
Le giovanissime, le ventenni, escono dal silenzio rispetto alla violenza, e, seppure lo facciano con linguaggio normale e violento, non è comunque un’uscita, un mettersi in gioco?
Farne parola è un cambiamento non solo negativo, ma i tempi di denuncia sono comunque in media di 5 anni almeno, e c’è bisogno di assumersi la responsabilità di dire di no, di tagliare. Il timore è quello di un futuro di donne che stanno nella dimensione della fratellanza, intesa come annullamento della differenza sessuale e quindi immischiamento nella violenza.
Non tutte le giovanissime sono orientate verso l’uguaglianza e la mancanza di autorità, ci sono due fazioni differenti. E anche chi, ora come ora, cerca di avvicinarsi al fare maschile, potrebbe poi, crescendo, distaccarsene.
E’ palese una differenza abissale fra ventenni e trentenni, una disparità fra donne, dei buchi nell’eredità. Da questo nasce l’emergenza di una mediazione fra generazioni, coscienza della differenza femminile.
Non c’è la possibilità di trasmettere di madre in figlia l’autorità, ma s’impara personalmente, si conquista. Ma se una madre si pone nel ruolo di amica c’è bisogno di trovare un’altra donna che medi, che indirizzi all’autorità.
Una persona non nasce violenta, non è un qualcosa di biologico. E’ culturale perché cresce e si trasforma.
I violenti al posto di quale parola mettono il termine “violenza”?
Con la caduta del patriarcato, la fragilità degli uomini ha perso un rifugio e nella violenza ha ritrovato un’espressione di forza di sé.
Donna nel passato = res mancipi -› emancipazione.
La potenza fallica dell’uomo è rimasta solo nel corpo, nella maggiore forza muscolare.
Va ripensata totalmente la relazione uomo-donna e, in questo, ripartire da un’altra parte.
La madre che compete con le figlie richiama un comportamento maschile di un gioco immaginario in cui sono presi, voler far rivivere qualcosa che non c’è più, che sia la propria giovinezza o il patriarcato. Le donne, dunque, con il proprio corpo, manifestano l’incapacità di accettare la vecchiaia. Qualcosa di morto ma che nella propria fantasia è vivo e circola, come uno zombie.
Accogliere il male dell’altra, ma filtrandolo, in modo da non venirne distrutte.
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