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× Appunti dal Grande Seminario di Diotima 2006 "Partire da un'altra parte" ×
(Margine d'errore e incompletezza: medio-alto)
20 Ottobre 2006 - Grande Seminario di Diotima
"Partire da un'altra parte"
Luisa Muraro - "La schivata"
Schivata = mossa a lato che fa un animale quando è inseguito da un predatore, per fuggire, o un uomo con un proiettile per non essere colpito. Non in linea retta, ma a zig-zag.
Iris Murdoch ne parla, non utilizzando però il termine “schivata”, in “Esistenzialisti e mistici”.
Un secondo spunto è stato preso dalla visione del film “La schivata”, per l’appunto, diretto da Abdellatif Kechiche nel 2003, che racconta la storia di un gruppo di adolescenti della banlieue parigina che mettono in scena una pièce di Marivaux riguardante l’amore, incoraggiati in questo dalla loro insegnante di francese. Sul palco, questi ragazzi, abituati a vivere nella periferia metropolitana, hanno la possibilità di rivivere e dare voce alle loro reali vicende amorose, voce che viene espressa tramite un linguaggio nobile, in netto contrasto con lo “slang” che sono abituati a parlare fra di loro, per la strada.
Il regista non evade dalla dura realtà di questi giovani, ma neppure ne fa il tema centrale della pellicola, riuscendo a porre piuttosto l’attenzione sui sentimenti che li animano.
Per Iris Murdoch la libertà rappresenta la possibilità di creare personaggi scissi dal loro autore, e scoprire questa libertà e realtà dell’altro costituisce la dote del grande romanziere.
Partire da un’altra parte, da un altrove. Un altro rispetto a dove?
Gli immigrati che arrivano in Italia sono partiti da un altrove, rispetto a noi, partiti dalla loro cultura, dal loro paese.
Dando questo nome al grande seminario, Diotima intendeva un partire da un’altra parte rispetto a sé. Un non fare riferimento a sé. Un invito a non tentare di rinforzare il senso di sé, che nelle donne è debole. Rinunciare a darsi ragione, capacità di dare ragione all’altro.
Angela Putino: “Le soggettività si lasciano catturare, prendere, in politica”.
Debole senso di sé = non pensare, o pensare debolmente, a quello che mi avviene.
Non si tratta di partire da un fuori da me, non s’hanno da separare il fuori e il dentro. Ma neppure partire da un sé rinforzato. Partire da un altrove rispetto a una rappresentazione di sé nel mondo. Partire dal reale. Non realismo del senso comune. Non è un “non pensare a te, guarda gli altri che soffrono”.
Il pensiero è mediazione, non un riflesso del reale. Vi è una illimitata manipolazione dei soggetti da parte del potere. Manipolazione tanto più efficace quanto meno ci rendiamo conto che il pensiero è mediazione.
Il pensiero già pensato, con le sue vedute e i suoi limiti, è un complementare dell’io.
Il soggetto capace di dire qualcosa di vero è quello disposto a fare i conti con il reale che si ripresenta da solo, si fa sentire sordamente dentro di noi. Questo rappresenta una sorta di sesto senso che è più femminile che maschile, una sorta di realismo mistico.
Per partire dal reale bisogna esporsi all’altro.
Nella donna c’è un uso perverso dell’immaginazione, con la quale si crede di risolvere tutto. Immaginiamo quello che l’altro può volere o si aspetta, mettendoci così a rischio d’alienazione, perché magari l’altro non voleva né s’aspettava nulla.
Il reale è un altrove vero, perché non esclude il sé, anzi lo rinvigorisce, lo chiama a. Esponendosi all’altro, al reale, ci sono molte più possibilità di quante ci immaginiamo.
Restare nella realtà costruita da altri o dalla nostra immaginazione ci fa ignorare le possibilità del reale.
Teresa d’Avila -› slancio che prende nel momento in cui riparte dal reale, nel momento in cui lei vince la paura dell’inganno del diabolico. “Sua Maestà (Dio) mi doni la grazia d’intendere per riposo ciò che è riposo, […]” (“Libro della mia vita”, cap. 25).
Teresa d’Avila chiede di riconoscere il linguaggio vero, parole che dicano le cose, e lo chiede a uno le cui parole sono parole e sono cose, al tempo stesso. Lo chiede sapendo che il linguaggio vero ha una caratteristica: la performatività, ovvero un simbolico che è efficace. E Teresa, da questo percorso simbolico, ne esce libera e realizzatrice.
Nell’essere donna ci sono molti fattori d’irrealtà, ma uno in particolare è la tendenza a cedere sul desiderio.
Cristiana Dobner, nel suo “Fare Teresa, fare Diotima?”, cita Teresa d’Avila dal “Cammino di perfezione”: «non arrestarsi fino a giungere all’acqua della vita». Attraversando tutte le difficoltà, per raggiungere il desiderio.
Le femministe sono più ingombranti che contagiose, per le altre donne. Il femminismo inizia con una schivata. Le donne, ai tempi, erano sulla strada dell’emancipazione, della cancellazione della discriminazione.
Carla Lonzi inizia il femminismo distaccandosi da questo, per rigetto dell’uguaglianza donna-uomo («La donna non va definita in rapporto all’uomo. L’uomo non è il modello a cui adeguare il processo della scoperta di sé da parte della donna»).
Come si fa ad uscire dalla traiettoria del previsto e del prevedibile? Come ha fatto Carla Lonzi? La schivata è uno scatto che spezza uno slancio senza arrestarlo; serve molta energia, non è un movimento istintivo, va imparato. E’ l’incidenza del reale nel nostro vissuto ad insegnarci la schivata, a farci voltare da un’altra parte, dimenticare tutti i nostri difetti e le nostre paranoie, variare dalla linea retta.
Le cose capitano, non deriva tutto da noi. Il reale si fa presente in questo accadere. Non bisogna restare fissate su ciò che si ripete, perché è irrealtà. Tutto diventa scontato. Contingenza, ma non pura.
C’è un fondo di verità nel detto “aiutati che il cielo ti aiuta”. Come si può propiziare questo accadimento felice? Bisogna trovare le parole che ci facciano uscire dalle trappole in cui ci mettiamo. Autocoscienza. Offrire all’attenzione altrui problemi che non avevano mai avuto la possibilità di venir espressi o ascoltati. Ci vuole una certa dose di non-pensiero di sé o, meglio, pensiero dell’altro, lasciare che sia l’altro a pensare. Lasciare un’incompiutezza di pensiero perché ci sia un ascolto. Fiducia, sapersi esporre senza cedimenti sul desiderio. Chi cede sul proprio desiderio mostra solo una facciata, un aspetto di sé.
Dibattito conclusivo
Si presenta un problema, nell’invito a non cedere sul desiderio. Tale desiderio, infatti, può essere oggetto di un’induzione, di una manipolazione. Oppure può essere un desiderio oscuro, che non riusciamo ad individuare. Possiamo vivere in una dimensione della relazione problematica, in cui siamo le ultime a sapere ciò che desideriamo.
Anche se non si sa cosa si desidera non bisogna cedere o accontentarsi, perché ugualmente c’è un desiderio, che va perseguito. L’oggetto del desiderio è proteiforme, cambia di volta in volta.
La fissazione invece non vede la realtà, ed è altamente differente.
Il desiderio si avvererà, prima o poi, aspettando. Ci sono persone in cui il desiderio brucia lentamente, altre in cui divampa.
Ci s’innamora sempre della persona giusta, e la persona giusta è sempre quella sbagliata.
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